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lunedì 28 maggio 2012

RADIOHEAD





















I Radiohead rappresentano una delle band più discusse dei nostri tempi; sono riusciti a farsi portavoce di una mestizia e di una paranoia tutta moderna e in continua evoluzione, cercando di aprirsi sempre nuovi varchi nell'ambito della Musica Pop-Rock.


Se i Radiohead fossero dei poeti probabilmente apparterebbero alla corrente Crepuscolare di inizio 900: quell'aria quasi assente delle loro canzoni e quella malinconica spinta fino all'estremo rendono bene l'idea di cosa stiamo parlando. Però i Radiohead, contrariamente a Corrazzini, Gozzano e compagnia bella, non rifiutano la modernità. Ma la vivono. Con terrore, inquietudine, angoscia, arrivando quasi a porsi come demistificatori della stessa. La vivono anche attivamente, nel loro continuo evolversi, ricercando nuove forme che plasmino la loro musica, dotandola di luce nuova ma al contempo senza snaturarla. Invero, forse sarebbe impossibile che i Radiohead stravolgano la loro natura, poiché la loro peculiarità consiste proprio nell'essere peculiari. Molti li amano, altri li detestano, ma nell'esatto momento in cui una loro canzone attacca, sai che è dei Radiohead, non li si può confondere; nonostante i nostri abbiano fatto scuola nel corso degli anni '90 e 2000, ispirando una gran varietà di altri gruppi.

La storia dei Radiohead ha inizio negli anni '80: Thom Yorke e Colin Greenwood frequentano entrambi la Abingdon School, una scuola maschile privata di Oxford, e insieme danno vita ad un gruppo di ispirazione Punk, i TNT. La band ha breve durata, ma quattro anni più tardi, nel 1986, i due decidono di formarne una nuova, chiamando a raccolta anche il chitarrista Ed O'Brien e il batterista Phil Selway. Al primissimo nucleo verrà poi aggiunto Jonny Greenwood, fratello più piccolo di due anni di Colin che al tempo faceva parte della Thames Vale Youth Orchestra in qualità di violinista.
Ma ancora i Radiohead sono lontani. I giovani decidono di chiamarsi On a Friday, in onore del giorno in cui si riunivano per provare, essendo l'unico libero dagli impegni universitari. Yorke infatti studiava Inglese e Arte all'Università di Exter, Colin Letteratura Inglese all'Università di Cambridge, O'Brien Economia a Manchester e Selway Inglese e Storia a Liverpool, mentre Jonny inizia gli studi di Psicologia a Oxford che poi abbonderà.
Infatti, terminato il periodo universitario, i nostri iniziano a provare con grande costanza e il 22 Luglio 1991 si esibiscono per la prima volta in pubblico, all' Hollybush di Oxford, con Jonny che oramai è diventato membro definitivo del gruppo. Qualche mese più tardi riescono a registrare il loro primo Demo, dal titolo "Manic Hedgehog", contenente quattro tracce: "I Can't", "Nothing Touches Me", "Thinking About You" e "Phillipa Chicken", grazie al quale si fanno notare dalla Emi che li mette sotto contratto. Il pezzo migliore di "Manic Hedgehog" è sicuramente "You", non a caso è una delle poche canzoni del loro primissimo periodo eseguite Live anche dopo il 1998. Molto affascinante nella sua struttura in 23/8, il brano lascia già trasparire il talento decadente del gruppo, sviluppando un testo d'amore ossessivo, paranoico, ai limiti dell'adorazione maniacale nei confronti dell'altra persona, che sfocia però in caos e sofferenza ("I can see me drowning/caught in the fire").
Prima di pubblicare il loro primo Ep, "The Drill", registrato in un garage, la band cambia nome in Radiohead, ispirandosi all'omonimo singolo dei Talking Heads. Ma il disco, pubblicato nel Maggio 1992, non riscosse il successo sperato. Il 21 settembre dello stesso anno viene pubblicato il singolo "Creep". Alla prima distribuzione limitata dell'album, "Pablo Honey", la BBC Radio 1 si rifiutò di passare "Creep" in quanto giudicata troppo "deprimente". Non a caso la canzone si pone come un inno per i loser, per una generazione di "misfits" (che è una costante in certa musica Rock-Pop-Lo-fi degli anni '90). "Creep", dopo questo iniziale insuccesso, diventerà di lì a poco uno dei loro brani più conosciuti. Il problema però risiede nel fatto che in molti quando pensano ai Radiohead pensano solo a "Creep"; brano che, per quanto bello, non identifica affatto il sound complesso e particolare che avrebbe assunto la band di lì a poco. A questo proposito, infatti, Colin Greenwood ha dichiarato che si tratta della canzone che "ci avrebbe dato fortuna, ci avrebbe distrutto la vita e ci avrebbe illuminato il cammino".
In effetti il disco riuscirà a farsi strada al di fuori del territorio Indie Rock britannico, pur non introducendo alcuna novità nel genere. Adesso però i Radiohead vengono etichettati come "one-hit wonder", come "quelli di Creep". Ed è frustrante per dei ragazzi che avrebbero molto più da dire di quanto un brano di stampo adolescenziale possa fare.

("Pablo Honey": 6)



"Probabilmente molte persone sarebbero rimaste soddisfatte se avessimo realizzato dodici versioni diverse della stessa canzone, ma noi volevamo fare cose diverse", queste le parole di Thom Yorke al tempo. E in effetti questo è proprio ciò che i Radiohead fecero: prima con l'EP "My Iron Lung", preludio al secondo album dei Radiohead, "The Bends", e poi con l'album stesso, che segna una piccola evoluzione nel sound del complesso. Menzione particolare merita infatti la stessa canzone "My Iron Lung", poiché essa si pone esattamente come una parodia di "Creep", sia musicalmente, anche se leggermente più rumorosa e articolata, sia soprattutto per quanto riguarda le parole: "questa è la nostra nuova canzone/è proprio come l'ultima/una totale perdita di tempo". Durante il periodo di "The Bends" Yorke asserì che si trattava della sua canzone preferita dal vivo.
Che quest'album sia diverso lo si capisce, tra l'altro, già dal singolo scelto come anticipatore del disco, "Just", irruento e al contempo malinconico, caratterizzato da un particolarissimo assolo di Greenwood e da un videoclip dal finale misterioso, ma già intriso della decadente filosofia radioheadiana.
Non mancano altri brani di livello molto elevato, come l'opener "Planet Telex" o"Fake Plastic Trees", di bellezza ineccepibile, un Pop delicato e intimistico, anche se ispirato al mondo del commercio e del consumismo di massa. Non a caso il videoclip si svolge in un supermercato dai colori sgargianti. O ancora l'inquieta "Street Spirit (Fade Out)", che poggia la sua incredibile bellezza su una tristezza opprimente e soffocante; lo stesso Yorke asserirà che si tratta di "una delle canzoni più tristi della band" e la descriverà come "un tunnel oscuro alla fine del quale non compare la luce". Sicuramente un primato da giocarsi con un'altra canzone di "The Bends", ovvero "Black Star", sottile, depressa, un soffio di voce che si insinua tra i pensieri indissolubilmente avviluppati tra loro.
"The Bends" dunque come lavoro organico e unitario, incentrato sul Pop di alto livello. Il successo di quest'album risiede probabilmente in gran parte nel retroscena che lo accompagna: a detta dello stesso Yorke, la semplicità venuta a mancare durante il periodo di "Creep", che li aveva resi famosi e "un po' sciocchi". "Durante il tragitto il piacere se ne era andato, abbiamo tentato di ritornare coi piedi per terra, imparando di nuovo ad ascoltarci l'un l'altro e ritrovare piacere nel comporre.
Una volta terminato The Bends ci siamo accorti di esserci divertiti".

("The Bends" : 7.5)



Nel 1995 i Radiohead vengono scelti come band di supporto dagli R.E.M., tra i loro maggiori ispiratori, per il tour europeo e nord americano, e in questa circostanza, tra le altre cose, Yorke stringerà una duratura amicizia con Michael Stipe.

16 Giugno 1997: la svolta si chiama "Ok Computer". E' il loro terzo lavoro e si distacca dai primi due per una maggiore complessità; "Ok Computer" è più profondo, più articolato e personale. Una pietra miliare degli anni '90 che rappresenta forse il momento di maggiore lirismo e ispirazione per la band. Canzone simbolo dell'album è il primo singolo che ne venne estratto, "Paranoid Android": esso si presenta diviso in tre capitoli, claustrofobici, rassegnati e disperati al contempo. Aperta da delicati arpeggi, nella parte centrale vi compare un'invettiva sicuramente diretta agli yuppies degli anni '80 ("Ambition makes you look pretty ugly/kicking squealing gucci little piggy"), spezzata da un incalzante attacco di chitarra. Poi la conclusione accorata e disarmante, con l'invocazione della pioggia purificatrice, che rappresenta un topos classico nella Letteratura di tutti i tempi, basti pensare alla pioggia che lava via la peste ne "I Promessi Sposi" di Manzoni, per fare un esempio. Qui si spera che la pioggia purificatrice arrivi da "grande altezza" a liberare l'anima dalle angosce e il mondo dalle brutture dell'uomo.
"Paranoid Android" è in qualche modo ispirata nella sua struttura a "Happiness is a warm gun" dei Beatles, ma probabilmente ha ispirato a sua volta i Muse per una delle loro migliori canzoni, "Citizen Erased", dove l'acqua come elemento chiamato a depurare compare pure, ma in maniera più defilata e in un contesto più ristretto, probabilmente quello di una relazione ("Wash me away, clean your body of me").

I brani memorabili di "Ok Computer" , però, sono tanti. Troppi. Tutti. Dalla soavità di "Karma Police" allo schematismo robotico di "Fitter Happier", passando per la buckleyiana "Subterrean Homesick Alien" e la dilaniante "Climbing up the wall". E poi c'è uno degli apogei della band, "Exit Music (For a Film)", che venne scritta esplicitamente per i titoli di coda del film "Romeo + Giulietta di William Shakespeare" del 1996, diretto da Baz Luhrmann. Una canzone estremamente suggestiva e affascinante, con il testo che richiama ad una vera e propria poesia e la musica seducente che proietta l'ascoltatore in un universo fatto di mestizia tristissima e avvolgente. E che dire di quell''altra piccola gemma chiamata "No Surprises"? Un arrangiamento semplice e dolce, quasi infantile; una ninna-nanna, che accompagna un testo amaro e dolente. "No Surprises" venne estratto come singolo e il video che fu realizzato mostra un unico piano sequenza fisso sul volto di Thom Yorke chiuso in una boccia di vetro, che man mano si riempie d'acqua e sul finale si svuota bruscamente, in un gesto catartico.
Da sottolineare la sensibilità artistica che accompagna la semplicità dei videoclip dei Radiohead.

La bellezza di "Ok Computer" è più facile da ascoltare che da spiegare. Un album visionario, perfettamente lucido nella sua folle decadenza a cavallo tra Alternative Rock, Pop ed Elettronica.

("Ok Computer": 9)



Nel 2000 esce "Kid A", un disco straordinario ma difficile da inquadrare. Dopo l'enorme successo di "Ok Computer" la strada imboccata con l'album successivo è proprio quello dell'anti-commercialità: nessun singolo, nessun videoclip, e al suo interno una grande varietà stilistica, che sfocia addirittura nel campo dell'Elettronica più devastante, convulsa e peristaltica, come accade in "Idioteque", apoteosi della sperimentazione contenuta nell'album. Ma si arriva anche a canzoni più tradizionali, come "How to disappear completely", le cui parole chiave sono nichilismo, solitudine, alienazione. ("I'm not here... This isn't happening... I'm not here")
Una cosa sbagliata da fare sarebbe quella di non considerare "Kid A" nella sua pienezza di intenti, nella rotondità data dal susseguirsi delle tracce del disco, che sono disposte a quel modo per conferire una certa impressione nell'ascoltatore. Ecco perché ascoltare i brani di "Kid A" -fatta eccezione proprio per "Idioteque", l'unica dotata di vita propria- separatamente non rende l'idea della complessità concentrica dell'opera che ci troviamo davanti.
"Kid A" è un saliscendi tra la morbidezza della title-track alle aperture free-jazz di "The National Anthem", che aggiunge e sottrae elementi alla sua musica in maniera folle e rumorosa ma ordinata. "Treefingers" si avvicina all'Ambient alla Brian Eno ma anche a qualcosa di più recente come Alphex Twin; di "Optimistic" vennero registrate nove versioni per sceglierne la migliore, e il risultato non può lasciare che soddisfatti! Una delle preferite dal chitarrista Ed O'Brien. La base ritmica di "Morning Bells", invece, anticipa la più recente "Lotus Flower", pur trattandosi di un brano che vede per protagonista un fantasma. Così almeno si è premurato di precisare Yorke a chi gli chiedeva se si tratta di una canzone sul divorzio o una separazione sentimentale; pare infatti che, una volta finito il lavoro su "Ok Computer", il cantante del gruppo abbia comprato una casa abitata da un amichevole fantasma con cui ha presto imparato a convivere!
Ma la sensazione di incomunicabilità tra due persone data dalla canzone continua a permanere.

Altra questione importante a proposito di questo disco, fonte di parecchie discussioni, è proprio l'enigmatico titolo, "Il Bambino A". Pare infatti che esso si riferisca alla "prossima tappa nello sviluppo umano, a una forma superiore di essere vivente". A detta degli stessi componenti, in quel periodo il gruppo era del tutto ossessionato dall'idea che ben presto le mutazioni genetiche sarebbero entrate anche nel DNA umano.

("Kid A" : 7.8)



"Amnesiac" venne registrato durante le sessioni di "Kid A" e non a caso i due album vennero pubblicati a distanza di quasi un anno l'uno dall'altro. Tanto simili quanto distanti; "Amnesiac" è il gemello meno scontroso, più morbido. Ma ancora intricato, complesso. A tal proposito Thom Yorke è stato chiarissimo: "Qualcosa di traumatico è accaduto in "Kid A", e questo è il girarsi a contemplarlo, provando a rimettere in sesto i pezzi. Torna ad ascoltare "Kid A" dopo "Amnesiac", e credo che lo capirai". Più chiaro di così! Dove "Kid A" era gelida elettricità, "Amnesiac" è un incendio che divampa. Le intuizioni elettroniche sono sempre presenti, ma addolcite da melodie più decifrabili e fruibili. Ed ecco quindi che compaiono canzoni più "tradizionali", quali la splendida "Knives Out" che anzi echeggia le atmosfere di "Paranoid Android", con un videoclip altrettanto straniante, grottesco e significativo, ma ha anche un non-so-che di "smith-esco", per utilizzare lo stesso aggettivo con cui Ed O'Brien la descrisse. O il singolo "Pyramid Song", un'intromissione quasi onirica nel mondo della morte, vista come un fiume in cui i nuotano "angeli dagli occhi neri", contemplati da "una luna piena di stelle"... La consueta verve poetica radioheaddiana, dove bellezza equivale a mestizia. Interessanti anche "You and Whose Army?", che presenta chiaramente un kunstwollen di stile retrò, e l'efficacissimo riff della sensuale "I might be wrong". Ricordiamo anche "Dollars and cents", che affonda le sue radici in una jam fatta a Copenhagen, e uno dei vertici del disco: "Like Spinning Plates", immersa nel raccontare, in maniera quasi soffocata, la sofferenza che supera le vane apparenze, quelle illusorie di felicità. E' per questo che di fronte a una persona che si diletta in "discorsi piacevoli", invero dentro si corre il rischio di "venire tagliato a brandelli"; più in generale possiamo interpretarlo anche come l'essenza effimera delle parole e la natura ipocrita dell'uomo.
L'album si chiude con un brano dolente, dal gusto fortemente Jazz, "Life in a Glass House". Esattamente come se una canzone Pop venisse suonata da una vecchia jazz band.
Un piccolo capolavoro che chiude bene il cerchio di questi particolari album gemelli, difficilmente assimilabili ma di gran fascino. Le canzoni di uno e dell'altro avrebbero potuto sedere sullo stesso divano, ovvero un doppio album, ma sarebbe stato un divano troppo spazioso che avrebbe disperso la magia di entrambi. "Non avrebbe funzionato, perché con tutto quel materiale a disposizione, qualcosa si tende a ignorarla, a saltarla".

("Amnesiac" : 7.9)


Forti del successo riscontrato dagli ultimi due album, i Radiohead nel 2002 intraprendono un nuovo tour mondiale, durante il quale suonano anche alcuni nuovi pezzi, che entreranno a far parte dell'album "Hail to the Thief", pubblicato nel Giugno 2003. Ancora una volta il tragitto del gruppo non è lineare ma prosegue a zig-zag, pur se con una propria coerenza interna. Sarebbe sbagliato, infatti, definire questo disco un ritorno al passato, così come sarebbe sbagliato dire che continua sullo stile degli ultimi due. In realtà "Hail to the Thief" attinge un po' ai primi Radiohead, un po' agli ultimi. Protagonista però, ritorna la voce, non più camuffata dietro vocoder o altri congegni elettronici; la voce di Thom Yorke non è mai stata così espressiva. Il cantante, dopo la sperimentazione di "Kid A" e "Amnesiac" ha espresso una sensazione di stanchezza e frustrazione nei confronti della propria voce modificata digitalmente e questo lavoro rappresenta un toccasana sotto questo punto di vista.
L'album, registrato a Los Angeles, non contiene nessun singolo forte, come poteva essere "Karma Police" o "Idioteque" nei precedenti, ma pezzi come l'iniziale "2+2=5 (The Lukewarm)" o "Scatterbrain" lasciano il segno. Parlando del primo brano, Yorke disse di essersi ispirato al girone degli "Ignavi" dantesco e non a caso "The Lukewarm" è un aggettivo utilizzato per parlare di una persona "tiepida", "indifferente". "Loro [gli ignavi] non hanno fatto niente di sbagliato, semplicemente non hanno fatto nulla. Così Dante li giudica e li mette in quel girone. E questo credo sia un ottimo modo per spiegare il concetto di 2+2=5".
E la malinconia che ritorna padrona in "Sail to the Moon", descritta dal batterista Phil come una canzone mozzafiato, "uno dei pezzi di punta dell'album"; ma ancora una volta non si tratta soltanto di pura oniricità perché Yorke ci mette di mezzo la politica, che dovrebbe essere capace di distinguere tra bene e male, cosa ormai più che rara. Tra l'altro, lo stesso titolo dell'album ("Ode al ladro") parrebbe riferirsi a George W. Bush, accusato di brogli elettorali alla sua prima elezione.
L'acida aggressività di "Myxomatosis", la ripresa delle atmosfere elettroniche più taglienti di "Amnesiac" in "The Gloaming" e la sensibilità di "Sit Down. Stand Up" e "Go to sleep" completano il quadro di questo disco variegato e poliedrico ma omogeneo, che non costituisce una crisi di ispirazione della band bensì un voler dare compiutezza a tutti gli stili fino a quel momento intrapresi.

(Hail to the thief: 7)


Il tour mondiale prosegue finché i Radiohead non decidono di staccare per un po'; dovranno trascorrere 4 anni per l'uscita del nuovo album. Intanto nel 2005 viene ristampato l'EP "My Iron Lung" e nell'Aprile dello stesso anno Thom Yorke esegue due canzoni al "Trade Justice Rally": una vecchia, "Last Flowers" e un inedito intitolato "House of Cards". A Luglio 2006 la notizia è di quelle che non ti aspetti: Thom Yorke pubblica un album solista intitolato "The Eraser". Nessuno scioglimento in vista, nessun diverbio. Semplicemente Yorke ha espresso la necessità di non rimanere con le mani in mano fino al successivo lavoro con i Radiohead, che comunque non tarderà ad arrivare. Infatti nel 2007 il gruppo stupisce ancora, promuovendo il nuovo album, "In Rainbows", attraverso la rete e vendendolo secondo il sistema "pay what you want", ovvero "paga quanto vuoi". In parole povere, l'album era scaricabile da Internet al prezzo deciso dall'acquirente, senza alcun limite o schema fisso. Una novità nel mondo musicale dominato dal bello e cattivo tempo delle case discografiche; lo stesso Yorke spiega così questa decisione: "il nostro obiettivo era quello di dimostrare che non c'è bisogno di tutte queste infrastrutture per far arrivare la musica alla gente. Il processo industriale serve solo a sottrarre guadagni agli artisti e a rendere il disco sempre più costoso per gli acquirenti. Un tempo l'industria lavorava per far conoscere i giovani artisti, oggi invece le major tendono ad eliminare chi non ha un talento musicale immediato. Poco importa il talento, gli artisti vengono continuamente mortificati, umiliati.", ma precisa: "il nostro non è un atto di rivolta contro le persone con cui abbiamo lavorato, ma contro un sistema di acquisti e fusioni che ha portato alla creazione di queste maledette multinazionali".

Con queste premesse sembrava che in "In Rainbows" la musica potesse passare in secondo piano. Niente di più sbagliato: ancora una volta i Radiohead sfornano un album splendido, in cui le tracce, che tra l'altro hanno breve durata, si danno il cambio con impeccabile agilità. Manca lo stupore che aveva caratterizzato l'ormai famosissimo "Ok Computer", in quanto i nostri portano in scena la prosecuzione ideale del lavoro precedente, senza colpi di testa; ma "In Rainbows" è suonato benissimo e particolarmente curato negli arrangiamenti. Risaltano comunque alcune canzoni superbe: le ballate "Nude", che in qualche modo rimanda al passato e fa venire i brividi sul finale e "All I need", la quale presenta ancora una volta un testo claustrofobico, a metà tra prosa ermetica e romantica immersa in decadenti metafore ("I'm an animal trapped in your hot car/I'm all the days that you choose to ignore [...] I'm a moth who just wants to share your light"). E ancora la minimalista "House of Cards", e soprattutto il brano di chiusura, "Videotape", che con quel canto titubante e il ritmo perfettamente scandito, sembra darci il benvenuto nella nuova frontiera della musica classica del nostro millennio.
Non è un album da primo ascolto, piuttosto è un iter di bellezza, la colonna sonora di un fiorente giardino interiore. Superiore come accuratezza e scelte stilistiche rispetto al predecessore, "In Rainbows" è la dimostrazione di come un ottimo gruppo possa arrivare al settimo disco mantenendo intatto il proprio talento e anzi dando continuamente prova di maturità artistica.

("In Rainbows": 8)



Dopo il successo del tour di "In Rainbows", Thom Yorke si getta giocosamente in un altro progetto, una nuova band chiamata "Atoms for Peace", di cui fanno parte anche Flea, Nigel Godrich, Mauro Refosco e Jeremy Waronker. Ma la carriera dei Radiohead non si arresta, anzi nel 2011 viene pubblicato il nuovo album, "The Kings of Limbs". La durata complessiva dell'album si attesta sui 37 minuti e questo non è un male, come molti ritengono, bensì, in questo caso, sinonimo di sincerità artistica. Il nodo fondamentale di questo lavoro è dato dal fatto che sia basato sulla ritmica, incessante e peristaltica, vero filo conduttore tra i brani. Una ritmica che può però accantonare la propria persistenza e diventare minimale, quasi una ninna-nanna, come in "Give up the Ghost", o può irrobustirsi sublimandosi in schizofrenia elettronica, come in "Feral", brano strumentale in cui però il vero strumento è la voce: piccoli gemiti, sussulti, melodici mugugni, che seguono l'andamento sconnesso della musica sino a fondersi con essa. Non mancano brani più classici come "Little by Little" e il primo singolo estratto, "Lotus Flower", nel cui video troviamo Thom Yorke in una veste inedita mentre si cimenta in una danza tanto stravagante quanto sussultoria, invitandoci ad aprirci come "fiori di loto".
Ma la vera punta di diamante è "Codex", in cui la freddezza dell'elettronica fa spazio all'emozione e a quella vaghezza leopardiana che ha da sempre caratterizzato le migliori produzioni del gruppo. Siamo sospesi ascoltando queste algide note al pianoforte che guidano con levità le parole di "Codex", poche ma intensamente poetiche. E la voce di Yorke appare sfumata, leggiadra e, sfuggente, sembra inseguire una profumata brezza nell'aria, in quell'ambiente sonoro creato ad arte dai suoi compagni.

"The Kings of Limbs" è per molti l'inizio della decadenza dei Radiohead, o forse lo è soltanto per le malelingue che da sempre si aggirano intorno al gruppo. In realtà la sensazione è che manchi ancora qualcosa, che ci sia altro da esplicare, da aggiungere, da comunicare all'ascoltatore. Ma dovremmo ormai aver imparato che Le Teste di Radio sanno sempre come coglierci di sorpresa rimanendo su parametri artistici molto alti. Perciò aspetteremo che ci sbalordiscano ancora.

("The King of Limbs": 7.2)


A questo punto i Radiohead continuano sulla scia dell'Elettronica e pubblicano "Tkol Rmx 1234567", contenente diciannove remix di otto delle tracce del disco originario, ognuno dei quali realizzati con artisti del campo quali Caribou e Four Tet.
E questo è solo l'ultimo passo di un grande percorso intrapreso dal complesso musicale manifesto di una generazione. Così come i giovani d'oggi ascoltano ancora Beatles e Pink Floyd, tra trenta e più anni saranno proprio i Radiohead a sfuggire alle tirannie del tempo e alle innovazioni che ne deriveranno.
Non i Coldplay, non gli Oasis. I Radiohead.






*Fonti utilizzate:
Idioteque.it
Citizeninsane.eu
Diario di Ed O'Brien
La Repubblica.it

domenica 27 maggio 2012

NINA ZILLI: "Sono troppo R'n'r per vincere". Ne siamo proprio sicuri?



Il target musicale dell'Eurovision Song Contest è decisamente basso, questo si sa. Ma è uno spettacolo di intrattenimento e divertimento, senza pretese. Soprattutto, però, bisogna tenere a mente che stiamo parlando di una manifestazione che più popolare non si può. E l'unico modo per svincolarsi dalle "amicizie internazionali" che svolgono un ruolo fondamentale durante le votazioni sarebbe quello di proporre artisti che non siano solo bravi artisticamente ma anche empatici, che sappiano dialogare col pubblico, nel contesto di un'immagine fresca, pulita, senza orpelli. Un po' il contrario dell'artificiosa Nina Zilli. Qua non si mette in dubbio l'indiscussa capacità vocale della giovane, quanto la sua inerenza con una manifestazione del genere.


Appare chiaro che per tale spettacolo sarebbe consigliato un cantante di gusto internazionale, ma il fatto che Nina Zilli abbia un look ispirato a Amy Winehouse (lo so che è un paragone noioso ma è la verità) non la rende a priori compatibile con quel target. Ragionamento superficialotto, non credete? Difatti la canzone con cui la nostra si è presentata ieri sera a Baku di europeo ha ben poco, tutta immersa com'è in sonorità che richiamano esplicitamente ai brani popolari dell'Italia degli anni '60. Con tanto di "bum-bum", coretti spensierati e vocalità modulata alla Mina.


...Critica fondata sul senno di poi? Non proprio. Su "Crazy Diamond Music" si era già parlato della delusione nel non vedere l'anno scorso come rappresentante dell'Italia la maggiore favorita per tale ruolo, la cantautrice italo-belga Nathalie Giannitrapani e la sua "In punta di piedi", soppiantata ben presto da Raphael Gualazzi e dalla sua tutor Caterina Caselli. Nonostante l'ottimo risultato poi portato a casa.

Così come già avevo proposto per quest'anno Marco Guazzone e gli Stag: freschi e assolutamente internazionali, anche se non propriamente originali. In ogni caso, avrebbero fatto un figurone.


Tiriamo le fila del discorso: i tabloid italiani avevano fatto pronostici sulla vittoria di Nina Zilli che non si sono avverati, in quanto l'Italia s'è aggiudicata il nono posto. Il che non sarebbe neanche male, soprattutto in mezzo all'euforia Euro-Dance che domina ogni anno l'Eurofestival e in virtù del fatto che la canzone ha le carte in regola per vendere molto; eppure la Zilli è parsa molto delusa e amareggiata, a tal punto da scrivere sul suo profilo Twitter: "come sempre non vinco mai, sono troppo r'n'r. grazie a tutti.i'm to r'n'r to win. tnx 2 u all".

Cara Nina, un po' di modestia al posto di autocommiserazione e deliri di onnipotenza (Rock'n'Roll? Dove?!) non farebbe male.





Articoli Correlati: "Eurovision Song Contest 2011"

domenica 6 maggio 2012

Muse, "ORIGIN OF SYMMETRY"


(2001; Genere: Alternative Rock, Progressive Pop)

Che i Muse siano uno dei gruppi più discussi degli anni 2000, questo è fuori dubbio. Amati o odiati, raramente si trovano vie di mezzo. E sembra che il trio ci sguazzi bene in questa situazione, alternando lavori di ottima fattura ad altri che lasciano desiderare. Il loro secondo album "Origin of Symmetry", appartiene sicuramente al primo caso, anzi è probabilmente il loro migliore lavoro.
I tributi a un certo tipo di Rock e Pop decadente caratteristico degli anni '90 sono qui ancora ben in evidenza, ma è invero proprio in questo disco che bisogna ricercare la costruzione da parte dei Muse di un'identità personale e definita, oltre che facilmente riconoscibile.

In ogni caso, la dimostrazione che i Muse siano musicisti ispirati arriva subito con l'iniziale "New Born" che, nella sua alternanza di pianoforte e chitarre distorte, tratta il tema della paura rispetto a una tecnologia che avanza e sarà causa di distruzione per l'umanità. Tematica che verrà ripresa anche nel video della bellissima "Bliss": ambientato in una città a dir poco futurista, vediamo Matt Bellamy gettarsi da un trampolino in un buco all'interno di un macchinario, metafora dello spaesamento dell'uomo moderno dinnanzi all'avvento delle macchine, pronte a inglobarlo senza rimorsi. Quasi come ne "I quaderni di Serafino Gubbio Imperatore", romanzo di Pirandello in cui la temuta e diabolica modernità era rappresentata dalla macchina da presa, accusata di cibarsi della realtà umana per trasfigurarla in finzione. Mentre là l'atteggiamento del protagonista è di insofferenza e impassibilità, in "Bliss" la conseguenza a tutto questo è uno scivolamento nel vuoto infinito, nell'annichilimento dell'uomo moderno. Difatti Bellamy sprofonda nello spazio fino a scomparirvi, immerso in un fardello di luce.


Ed è lo spazio uno dei protagonisti dell'album: lo ritroviamo, ad esempio, in "Space Dementia", in cui la nevrosi apocalittica del gruppo si spinge all'estremo, rendendo il pezzo particolarmente affascinante e irresistibilmente epico, a tal punto che a volte parrebbe di sentire l'eco dei Genesis. E nella super distorta "Hyper Music", ispirata alla Teoria delle Stringhe.

Una considerazione importante da fare sui Muse è che sono uno dei gruppi odierni che ha saputo coniugare meglio Rock e Pop, divenendo una band di stampo Mainstream, amata dal grande pubblico, ma conservando la propria energia e vitalità. In "Origin of Symmetry" la dimostrazione più alta che Bellamy e soci ci sappiano fare arriva da "Citizen Erased", brano in cui il cantante si trova davvero in una cittadina limitrofa a quella di Thom Yorke, eppure è questa composizione borderline il capolavoro dell'album, un uragano prepotente che nei suoi tumulti abbraccia un desiderio di libertà atemporale e incommensurabile. Ma è anche qua che la voce di Bellamy si dimostra nel suo pieno eclettismo, capace di passare da un etereo falsetto a un registro più pieno e potente con gran naturalezza.

Se non fosse per la riuscitissima cover di un pezzo storico, "Feeling Good", la prima parte dell'album è sicuramente migliore rispetto alla seconda, con melodie più curate e incisive. In effetti poi il gruppo si perde in illusioni manieristiche, come in "Microcuts", già epica e terribilmente enfatica con quel ritornello di facile presa ma di ardua esecuzione vocale. O in "Dark Shines", brano apocalittico e malato che ben si intona nel contesto dell'album, ma che va a perdere in certi punti strumentali, troppo legati al discutibile barocchismo kitsch dei Queen, andando ad appesantire la già esplicita estetica romantica del trio. Ma l'apice dell'inutile magniloquenza si ha con la conclusiva "Megalomania", troppo pretestuosa, ricca di pesantissimi elementi sinfonici.

Non dimentichiamo, però, che "Origin of Symmetry" è un album fatto di tensioni affascinanti e personali, e contiene alcuni dei brani più belli dell'intera discografia dei Muse, come la luminosa -a suo modo- "Bliss", la già citata "Citizen Erased" e lo straordinario singolo "Plug in Baby", peculiare per un iniziale assolo di chitarra di Bellamy molto particolare e il suo falsetto che sul finale diventa potentissimo e straniante.


Raising Girl consiglia l'ascolto di: "Plug in Baby".


Muse, "Origin of Symmetry" : 7.7

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