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lunedì 10 settembre 2012

CHRISTINA AGUILERA: Pop Star d'altri tempi?


Le pop-star solitamente non brillano certo per bellezza interiore, anzi. L'esteriorità e l'immagine prima di tutto. Però in molte canzoni di Christina Aguilera è possibile avvertire un soffio di purezza che è carente invece nelle pop-star attualmente in voga come Lady GaGa e Nicki Minaj, nonostante la tematica del "tuseibellocomesei" sia molto cara alle pop-star da sempre; basti pensare al tamarrissimo polpettone dance della Germanotta, "Born this Way", o all'insipida "Firework" di Katy Perry.
"Beautiful", ad esempio, è un'altra storia. Scritta da Linda Perry, venne interpretata dalla Aguilera per l'album "Stripped" del 2002, ottenendo un grandissimo successo in tutto il mondo. Persino Elvis Costello ne incise una cover, poi utilizzata in una puntata di "Doctor House"!
In cosa risiede, dunque, la bellezza di questo brano? Sicuramente nella volontà di affrontare tematiche delicate come la scarsa autostima, l'anoressia e l'omosessualità, in un modo altrettanto delicato, senza cercare di proporre a tutti i costi l'hit ballabile del momento. La voce straordinaria e l'interpretazione dolce e sentita della cantante fanno il resto.


Una certa sensibilità musicale la Aguilera l'aveva già dimostrata in altri pezzi, come la commovente ballata "Hurt", dedicata ad un padre la cui scomparsa è causa di tormento e rimpianti, un disfacimento interiore che risplende con forza nella voce della cantante, realmente straziata dal dolore, oltre che impegnata in una delle sue performance vocali più mirabili.
E poi, ce la vedete l'esuberante Rihanna a cantare dei suoi genitori?

Altre canzoni, il discorso non cambia: la soavità che sfocia in un climax più aggressivo e convincente di "The Voice Within" e l'R&B biascicato e romantico di "Walk Away", territorio limitrofo a quello della Alicia Keys degli inizi e di Adele. Ma anche la grinta di "Fighter", con un videoclip dalle atmosfere dark che sa tanto di metamorfosi kafkiana.



E' chiaro che l'archetipo della pop-star è per antonomasia un ammasso di stereotipi, è così da sempre. Nonostante i tempi cambino, lo showbiz continua nella sua imperterrita ricerca delle nuove Britney Spears e Beyoncé, incurante delle reale qualità del prodotto che viene letteralmente dato in pasto agli ascoltatori. Perciò ci vengono proposte talvolta delle stelle ma il più delle volte delle meteore, piccole cantanti folgorate dal successo e da un'omologazione sempre più inquietante, che non accenna ad indietreggiare, ma che anzi sta fagocitando con discrezione il nostro stile di vita e soprattutto quello dei più giovani.
In tutto questo calderone pop sarà pur lecito, però, avere il diritto ogni tanto di ascoltare una bella canzone senza doversi vergognare del fatto che si tratta della canzone di una pop-star molto famosa. E quella pop-star è Christina Aguilera.



domenica 2 settembre 2012

IAN CURTIS, un duello di personalità



Neanche a vederlo da lontano avrebbe mai dato l'impressione di essere uno dei tanti. Ian Curtis, nato a Manchester nell'estate del '56, era un ragazzo sui generis a tutti gli effetti. Era molto alto e dava l'idea di essere un po' stralunato, di aspetto romantico e con uno sguardo troppo adulto per un ragazzo. Amava la musica e nel 1977 fondò insieme a
i suoi compagni (Peter Hook al basso e Bernard Sumner alla chitarra) una band chiamata Warsaw, nome ispirato al brano "Warszawa" di David Bowie, di cui Curtis era un grande fan. In seguito, con l'aggiunta del batterista Brotherdale e l'incisione di alcuni demo, il gruppo cambiò nome in Joy Division, e avrebbe fatto storia. Ma questo Ian ancora non lo sapeva. E non farà in tempo a saperlo.
Troppe cose arrivate troppo in fretta l'avrebbero disintegrato... L'amore, la paternità, il successo, i sensi di colpa, la malattia. Ian si sposò giovanissimo con Deborah Woodruff, quando entrambi avevano solo 19 anni. La loro unica figlia, Natalie, nacque dopo quattro anni, ma il loro a
more era già sbiadito e Ian infatti stava iniziando una relazione con la giornalista belga Annik Honorée, che sarebbe stata la causa del suo divorzio. Un divorzio che Ian non voleva, una separazione che lo rendeva di giorno in giorno ancora più fragile, preso com'era dalle contraddizioni del suo animo. Ma lui l'aveva già scritto nelle sue canzoni, che quella crisi sarebbe stata incipiente e sarebbe arrivata a distruggere l'equilibrio che aveva cercato di preservarsi. Senza rendersi conto che in realtà quella crisi c'era sempre stata, si era semplicemente acquattata per sferrare i suoi attacchi "prendendosela brutalmente comoda", per graffiarlo e divorarlo al momento opportuno, lasciandolo tramortito dal dolore e tremante, come dopo una delle sue violente crisi di epilessia, malattia che affliggeva e torturava Curtis. Una malattia che Ian cercava di esorcizzare sul palco, con delle movenze frenetiche che richiamavano i tremori e gli scatti degli attacchi epilettici, che talvolta lo coglievano anche mentre cantava. Anzi, nell'ultimo periodo della sua vita si erano fatti più frequenti, incontrollabili.

Intanto i Joy Division stavano raccogliendo sempre più consensi, grazie alle oscure atmosfere ricreate e alla perfetta geometria musicale con basso e sezione ritmica in primo piano, che andava a cozzare con le parole distaccate e sofferenti
quasi recitate dalla voce baritonale e monocorde di Curtis. I Joy Division hanno dimostrato che esisteva qualcosa oltre il Punk urlato e confusionario, che si inorgogliva di una carica politica che di politica aveva ben poco oltre alla volontà di scagliarsi contro il sistema, contro le convenzioni, contro le istituzioni. Hanno dimostrato che l'anima indipendente del rock può avere una voce asettica e non gracchiante e che l'introspezione personale non è meno importante della denuncia sociale. Questo merito non fu solo dei Joy Division, è chiaro, ma sarà l'emblematica figura di Ian Curtis a dare voce allo scandagliamento dell'interiorità umana, in tutte le sue debolezze, senza autocompiacimento né autocommiserazione. Certo il dolore che emerge dalle liriche del cantante è devastante: distrutto dagli stessi suoi pensieri, apparentemente confusi eppure in realtà lucidissimi. E poi c'è la continua e sottile rievocazione dell'infanzia, come se per quel ragazzo poco più che ventenne l'età puerile fosse già troppo distante. L'infanzia vista come una campana protettiva che va sciogliendosi man mano che si diviene adulti e, di conseguenza, scoperti, isolati, esposti alle brutture del mondo e, soprattutto, di se stessi. Perché Ian non è di quelli che se la prendono col mondo intero, con le persone che ha intorno. Le attese di Ian sono tutte per se stesso: sta aspettando di migliorare, sta aspettando qualcosa di più per la sua vita, qualcosa che potrebbe arrivare unicamente dai suoi sforzi. E al tempo stesso, sta "aspettando una guida che arrivi a prenderlo per la mano"...come se avesse voluto smuoversi dal suo avvilimento stazionario, ma non ne aveva la forza, o il coraggio.

"La morte si sconta vivendo" scriveva Ungaretti. Non fu così per Ian Curtis, che venne trovato morto, impiccato alla rastrelliera della casa dove abitava con Deborah. Aveva 23 anni. Quella sera aveva guardato il film "La ballata di Stroszek" e quando Deborah rinvenne il corpo il mattino seguente, il giradischi suonava "The Idiot" di Iggy Pop.
Il suo testamento musicale e non solo, ce l'ha lasciato con l'album "Closer", che uscirà poco dopo la sua morte, con in copertina la tomba della famiglia Appiani al Cimitero monumentale di Staglieno di Genova, in una foto di Bernard Pierre Wolff. Mentre "Unknown Pleasures", loro primo album, era un diamante grezzo, bellissimo, tagliente, non rifinito, "Closer" è il diamante lavorato, smussato e levigato. Due bellezze tanto vicine quanto lontane, meravigliose entrambe, incomparabili nella loro differente perfezione.
Due facce della stessa medaglia: l'animo di Ian Curtis.



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sabato 1 settembre 2012

Robert Smith suona per Tim Burton


Che il nuovo film di Tim Burton si chiamasse "Frankenweenie", lo sapevamo già. Che fosse l'adattamento dell'omonimo cortometraggio di Burton del 1984, anche. Che narri una tenera e surreale storia di amicizia tra un bambino di nome Victor e il suo cane Sparky, è cosa nota.
Ma che a rientrare nella soundtrack del film ci sarà anche Roberth Smith, carismatico leader
dei Cure, questa è una notizia fresca. Ancora però non si sa granché a proposito del brano, a parte il titolo, "Witchcraft". L'uscita della colonna sonora è prevista per il 25 Settembre e include anche pezzi di Kimbra, Passion Pit e Karen O delle Yeah Yeah Yeahs.


Che dire, considerando l'immaginario fosco e oscuro che regista e musicista condividono, i presupposti ci sono!

lunedì 13 agosto 2012

Cerimonia di chiusura Olimpiadi Londra 2012 - Review


12 Agosto 2012.
Avevano detto che sarebbe stata una grande festa. E una grande festa è stata, nessun dubbio su questo. Coloratissima, luminosa, caotica, kitsch come solo i britannici sanno essere. Ma parliamo del concerto che ha concluso queste Olimpiadi 2012.
Intorno alle 23, dopo una prima oretta di caos allegrissimo e spensierato, hanno iniziato a susseguirsi sul palco artisti emergenti e grandi nomi consacrati appartenenti alla musica britannica. Passino persino gli One Direction, indirizzati espressamente ad un pubblico di giovanissime, ma era proprio necessario la reunion delle Spice Girls?
George Michael non ha perso il suo carisma vocale, ma forse lo stile di vita sregolato che ha sempre condotto non gli ha giovato sul piano fisico: invecchiato e ingrassato, continua a muoversi e ballare come fosse ancora un ragazzino.

Non mancano i momenti nostalgici e tremendamente retorici. L'inizio è infatti affidato a "Bohemien Rapsody" dei Queen, gruppo tra i più sopravvalutati di tutta la storia della musica leggera ma comunque icona imprescindibile agli occhi del grande pubblico, seguita dall'immancabile "Imagine" di John Lennon. Nonostante il coretto bianco stile oratorio, c'è da dire che l'immagine e la voce di Lennon, anche a distanza di quarant'anni, hanno sgomentato di bellezza tutti quanti. Una canzone universale, capace di riunire il mondo sotto un'unica melodia. Una canzone di pace, ma non solo; a suo modo "Imagine" è un brano di protesta e di denuncia: "anti-religioso, anti-nazionalista, anti-convenzionale e anti-capitalista", secondo le parole dello stesso autore.

Non manca la solita comparsata del grigio (sotto tutti i punti di vista) Brian May, che da anni ormai si vede e si sente ovunque, dal Festival di Sanremo ai cd di Lady GaGa, ancora osannatissimo dai fans nonostante siano principalmente sue le proposte di sostituire Freddie Mercury prima con la stessa Lady GaGa, per cui ha espresso parole di stima, e poi con l'ormai sgolato Axl Rose. Ma la cosa più aberrante è stata senza dubbio la performance di "We will Rock You" con Jessie J alla voce, gatta morta di ultima generazione di cui avremmo fatto a meno.

Si è cercato persino di riportare in auge i Pink Floyd ma purtroppo l'esibizione di "Wish You Were Here" che è stata realizzata ha poco o niente dei Pink Floyd, soltanto Nick Mason alla batteria. Il giovane Ed Sheeran alla voce appare emozionatissimo ma, pur cercando di essere indulgenti, la sua esibizione è stata decisamente insoddisfacente. Spettacolare invece la realizzazione dal vivo di due uomini che si stringono la mano mentre uno dei due va a fuoco, chiaro riferimento alla copertina dell'album "Wish You Were Here" del 1975.

L'esibizione più attesa della serata è stata tagliata dalla Rai. Esattamente nel momento in cuiMatt Bellamy, Dominic Howard e Chris Wolstenholme attaccano la loro "Survival", brano epico che stravolge gli standard musicali dei Muse, nonché inno di quest'edizione dei Giochi Olimpici, viene mandato in onda quasi un minuto di pubblicità. Poco considerati dai media nel contesto dei giochi e tagliati fuori dalla pubblicità Rai: semplice sfortuna?

A rappresentare la britishness sono stati chiamati anche i Beady Eye, gruppo formato da Liam Gallagher dopo lo scioglimento degli Oasis. Il fratellino si è presentato sul palco cantando il classico per eccellenza del repertorio degli Oasis, "Wonderwall"; chissà come l'avrà presa Noel?
Molto più interessante l'esibizione di Fatboy Slim, dj di fama mondiale. Ma nel complesso, più che un concerto la sensazione è stata quella di aver assistito ad uno spettacolo confusionario e poco strutturato, incapace di mettere in mostra gli aspetti migliori della musica leggera britannica, tra le migliori al mondo. La musica che ha dato i natali a Pink Floyd, Genesis, Deep Purple e Led Zeppelin, ma anche a gruppi più recenti e comunque degni di lode, quali Radiohead,Blur (molti i rumors secondo cui sarebbero stati presenti ieri sera), Pulp e Suede.

sabato 11 agosto 2012

Wolfsheim: un sogno Synth-Pop


I Wolfsheim si formarono nel 1987 ad Amburgo, sulla scia delle atmosfere Synth-Pop e Dark Wave che avevano fortemente caratterizzato la musica underground -e non solo- di quegli anni. Il duo, formato da Markus Reinhardt e Peter Heppner, si muove tra elettronica raffinata à la Depeche Mode e un certo tipo di cubismo musicale che ben si intona alla lingua tedesca, anche se gran parte dei loro successi sono cantati in inglese, come la cantilena gotica di "The Sparrows and the Nightingales", che pure alterna momenti in tedesco, nel mentre si muove tra ritmi sincopati, sintetizzatore a tutto spiano e contro-voci. O "Once in Lifetime", un'altra delle loro canzoni più famose, fiera e gorgogliante.



Le atmosfere delle canzoni dei Wolfsheim sono soffocanti, oscure, opprimenti in quelle parole che quasi mai lasciano scorgere la luce. Ne è perfetta rappresentazione "Kein Zurück", con quel ritmo che gira in circolo intorno a se stesso, come un cane che si morde la coda, e seguita a farlo all'infinito, metafora musicale di quei sogni da scrivere eternamente di cui parla il brano stesso. Metafora di quel tempo che scorre via, lancinante nel suo eterno ripetersi, specchio di un passato che non ritorna ("Es geht kein Weg zurück").

Ancora più sognante "Künstliche Welten", facente parte del loro penultimo album, "Spectators" del 1999, cullato da un ambiente sonoro avvolgente che prende in prestito dal Pop l'immediatezza e l'orecchiabilità, e dalla New Wave le peculiarità oniriche.



Wolfsheim: una delle piccole gemme poco conosciute appartenenti alla decade sottorreanea '80s, tra le più sottovalutate. Dalla Germania con immensa eleganza.



lunedì 6 agosto 2012

PLACEBO - 02/08/2012 - Roma, Capannelle (Rock in Roma)





I Placebo si formarono nel 1994 e a pensarci bene fa strano pensare che siano già trascorsi diciotto anni da allora, fa strano riguardare quel ragazzino truccato in modo ingenuo eppure intrigante che si muove in modo buffo e liberatorio nel video di "Come Home", loro singolo di lancio dal primo album, "Placebo", del 1996. Da allora Brian Molko, Stefan Olsdal e Steve Hewitt ne hanno fatta di strada. Anche se quella di Hewitt si è increspata nel 2008, quando venne sostituito dal tatuatissimo batterista americano Steve Forrest, che da "Battle for the Sun" è ormai divenuto membro fisso della band. Ed è con questa formazione, accompagnati da due session-man, uno alle tastiere e uno alla chitarra, e dalla bravissima violinista Fiona Brice, che i Placebo si sono presentati all'ippodromo delle Capannelle a Roma e al castello Scaligero di Villafranca a Verona, rispettivamente giorno 2 e 3 Agosto 2012. Ma procediamo con ordine.

Review - Live Report - Scaletta Concerto.

Intorno alle 15 di pomeriggio del 2 Agosto il numero di persone in fila per partecipare al concerto dei Placebo a Roma è esiguo, e la situazione non migliora granché tra le 18.30 e le 19, orario in cui finalmente vengono aperti i cancelli. Soltanto in serata l'ippodromo inizierà a colmarsi di persone, per una cifra stimata di 8000 partecipanti. Ragazzi e ragazze di tutte le età, molti i giovanissimi, ma non solo, provenienti da ogni angolo della Penisola.

Alle 20.45 salgono sul palco gli Aucan, gruppo bresciano formatosi nel 2005 e che negli ultimi tempi sta riscuotendo moltissimi consensi anche all'estero, soprattutto dopo aver avuto la possibilità di fare da open act ai Chemical Brothers il 14 Luglio a Jesolo. I tre hanno dato vita ad uno spettacolo musicale molto coinvolgente, che poggia le basi su un'elettronica piuttosto spinta, su cui vanno ad intrecciarsi sonorità Noise Rock e componenti e samples prettamente Dub.
Gli Aucan rappresentano una realtà musicale italiana molto interessante, soprattutto perché non provinciale come gran parte dei nostri gruppi attualmente in circolazione, che pure piacciono tanto; i loro lavori sono, invece, "esportabili", in quanto non circoscritti a problemi, tematiche e sound tipicamente italiani, anzi.

Dal momento in cui gli Aucan abbandonano il palco a quello in cui i Placebo vi salgono, non trascorre più di un quarto d'ora-venti minuti. Intanto parte una base pre-registrata, che sembra proprio quella di "Leeloo", b-side di "Pure Morning", che fa salire l'hype tra la folla impaziente, finché i nostri non compaiono e, tra urla e applausi, attaccano "Kitty Litter", uno dei brani portavoce dell'ultimo album in studio, "Battle for the Sun" (2009).
I Placebo appaiono sin da subito rilassati e concentrati: il cantante Brian Molko non ha abbandonato la capigliatura corvina e il make-up che da sempre lo accompagnano, ma appare più maturo del ragazzo arrabbiato di cui si parlava prima. Anche vocalmente ci sono stati dei cambiamenti, in quanto Molko ha imparato a sfruttare al massimo il suo particolare colore vocale per adattarlo ad un canto ben strutturato e tecnicamente valido, come si è notato soprattutto nel terzo pezzo eseguito al concerto, "Battle for the Sun", title-track dell'omonimo album, che ha seguito in scaletta un classico del loro repertorio, "Every You Every Me".

Si susseguono canzoni che alternano passato e presente dei Placebo, come "Speak in Tongues" dall'ultimo lavoro e le belle "Black Eyed" e "Special Needs", tratta rispettivamente dal secondo e quarto disco; ma intanto Brian non perde l'occasione di prendersela simpaticamente con coloro che anziché godersi il concerto lo guardano attraverso degli schermi, e arriva ad additare un certo "mister ipad", cui dedica anche la canzone seguente, l'incalzante "For what it's worth"!

"This is for you, mister Ipad!
...I got one too."


Stupisce piacevolmente la scelta del pezzo successivo, "I know", malinconica ballata facente parte del primo album, in cui tutte le tematiche ombrose e soffocanti dei Placebo, pur se velate da un Pop-Rock levigato e orecchiabile, appaiono più chiare che mai. E ancora "Slave to the Wage" e "Bright Lights", che almeno apparentemente riportano un'atmosfera più allegra sul palco, anche se entrambe si fregiano di parole ingenuamente doloranti ("Because a heart that hurts is a heart that works"). Seguono "Meds" e "Teenage Angst", entrambe arrangiate in modo particolare: la prima parte lentamente, cantata a mo' di ninna-nanna da Molko, per poi esplodere in tutta la sua potenza visionaria, mentre la seconda appare un po' snaturata ma comunque bella.

Ci si avvia verso la conclusione: su "Song to say goodbye" il pubblico esplode, e ancor di più sul classicone "The Bitter End", che però ci porta alla mente quanto canzoni come "Special K", "Pure Morning" e "This Picture" si sarebbero potute integrare alla perfezione nella scaletta. Ma è anche vero che accontentare tutti sarebbe stato difficile; per esempio, probabilmente a nessuno sarebbe dispiaciuto ascoltare una "Passive Aggressive" o una "Protect Me from what I want".
C'è da dire che l'unico neo di questo concerto sia stato proprio la durata: circa un'ora e venti per 18 canzoni. Al termine del concerto, l'ultimo organizzato dal "Rock in Roma", era prevista una festicciola di chiusura, e probabilmente sarà stato anche questo fattore ad aver causato un restringimento dei tempi. Anche se i Placebo non sono mai stati per i concerti lunghi.
I Placebo però sanno come renderli pieni ed intensi, inframmezzandoli con brani che lasciano ben poco spazio a critiche, come la stupenda "Running Up That Hill", cover riuscitissima del pezzo pubblicato da Kate Bush nel 1985.


Azzeccato anche l'inserimento nella scaletta della criptica e bellissima "Post Blue", dall'album "Meds" del 2006.
I nostri non mancano, poi, di proporre un nuovo brano: "B3", non dissimile dal sound finora proposto, ma che pone le basi per il prossimo disco, in uscita probabilmente nel 2013. Per poi concludere il concerto intorno alle 23.35 con un altro brano tratto da "Meds", ovvero "Infrared", che fa scatenare tutti prima dei saluti.

Nonostante la sua sfacciataggine un po' snob, Brian Molko appare soddisfatto e contento della serata e della partecipazione, così come Stefan Olsdal, che durante il concerto si era concesso a pose plastiche in compagnia del suo basso, e ancor di più il giovane Steve Forrest che prima di andare via dal palco getta le bacchette al pubblico adorante.

Un concerto breve ma bello, denso di quell'emotività oscura e al contempo leggera che da sempre caratterizza i Placebo e li immerge in un fascino infatuante.


Ps: Un ringraziamento particolare va alla persona che era con me la sera del concerto. Grazie per la bellissima serata.


Articoli Correlati: "Meds" - Placebo

venerdì 20 luglio 2012

JOY DIVISION - Traduzione "Disorder" e "Twenty four hours"


"DISORDER" - da "Unknown Pleasures" (1979)

Ho atteso che arrivasse una guida e mi afferrasse per la mano...
Riusciranno mai queste sensazioni a farmi assaporare i piaceri di una persona normale?
Queste sensazioni, in fondo, mi interesseranno giusto un altro giorno.

Posseggo lo spirito, ma ho perso la sensibilità. Oramai resisto all'urto.

Si sa facendo tutto più veloce adesso, ogni cosa si sta muovendo freneticamente
e diventa irraggiungibile, fuori portata.

Decimo piano, dietro le scale del retro, dove campeggia la terra di nessuno...
Le luci iniziano ad abbagliare, le macchine si scontrano,
una scena sempre più frequente ormai.

Posseggo lo spirito, ma ho perso la sensibilità. Me ne libero in qualche modo.

Ciò che significa per te...
ciò che significa per me...
ci incontreremo ancora.
Ti sto guardando, la sto guardando,
non riceverò alcuna pietà dai tuoi amici.
Chi ha ragione? E chi può dirlo!
Ma non interessa a nessuno adesso.

Fin quando lo spirito continuerà ad accalappiare nuove sensazioni,
potrai saperlo.

Posseggo lo spirito, ma ho perso la sensibilità.
Posseggo lo spirito, ma ho perso la sensibilità.
La sensibilità, la sensibilità, la sensibilità.


"TWENTY FOUR HOURS" - da "Closer" (1980)

E così, in questo limbo, l'amore distrugge l'orgoglio.
Quello che una volta era innocenza, adesso si è ribaltato su se stesso.
Una nube incombe sopra di me, vìola ogni mio movimento
mentre mi aggiro negli abissi dei ricordi di quello che una volta era amore.

Ho realizzato di quanto tempo avevo bisogno
per inserire le cose nella giusta visuale.
Mi sono sforzato così tanto a cercare, e per un solo momento mi sono illuso di aver trovato la mia strada.
Il destino s'è rivelato e l'ho lasciato scivolare via.

Tutte queste tensioni sono così eccessive da superare qualsiasi distanza...
Vorrei cercare di mantenere con tutti una certa solitudine...

E se provassimo a partire, cosa rimarrebbe di noi? Cosa troveremmo?
...Una vacua collezione di speranze e desideri radicati nel passato.

Non ho mai realizzato quali strade avrei voluto percorrere,
tutti gli angoli oscuri di un senso che non conoscevo.
Per un solo momento mi è parso che qualcuno mi stesse chiamando,
ho guardato al di là del giorno, al di là della mia mano, e non c'era più niente.

Ora che ho potuto constatare che è andato tutto male,
devo trovare una terapia, perché questo trattamento sta richiedendo troppo tempo.
In fondo al cuore, dove una volta la compassione oscillava lentamente,
devo trovare il mio destino prima che sia troppo tardi.



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sabato 7 luglio 2012

The Strokes, "Is This It"


(2001; Genere: Indie Rock, New Rock, Alternative Rock)

Parlare di un album del genere a distanza di undici anni dalla sua uscita si presenta un po' complicato. Non per il disco in sé, o per la band, ma per il contesto in cui "Is This it" venne conosciuto dalle persone e cullato in maniera quasi reverenziale dai media, NME tra tutti. Associato a gruppi del calibro di Velvet Underground, Stooges e Television, il lavoro d'esordio degli Strokes ha invero inglobato queste influenze appartenenti alla migliore scena newyorkese 70's, filtrandole attraverso una modernità disarmante, frizzante e spensierata. Anche se da qui a definirli i nuovi Velvet Underground, come qualcuno azzardò al tempo, ce ne vuole. Per capirci meglio, gli Strokes incarnano alla perfezione il concetto, tra l'altro vasto e confuso, di Indie Rock, nella sua accezione più moderna, inteso cioè come un genere di Rock Alternativo, molto levigato ma non Pop. Il tutto riprendendo l'attitudine rumorosa dei Velvet Underground e in particolar modo di Lou Reed, la cui voce pare ogni tanto fare capolino, in brani quali la title track e, soprattutto, "The Modern Age". Rintracciabile anche l'atteggiamento sbilenco dei più recenti Pavements e il canto indolente e biascicato, ma anche rabbioso, di Iggy Pop; ascoltare "Soma" per credere.
Eppure, in tutto questo via vai di influenze, quelli che al tempo erano solo dei ragazzi americani poco più che ventenni, riuscirono a creare un vero e proprio "stile Strokes", tanto moderno quanto revival, che sarà di insegnamento, spesso messo malamente in pratica, per una miriade di altri gruppi degli anni 2000.

In questo contesto nascono quindi brani come "Hard to Explain", primo singolo della band, anticipatore dell'album stesso, in cui le due chitarre dell'italo-americano Nick Valensi e di Albert Hammond Jr. trovano una perfetta polivalenza nel creare sfondi dietro e davanti la voce macchinosa di Julian Casablancas, e la baldanzosa "Last Nite", altro brillante singolo. Non è presente in "Is This It" una sola canzone che non porti con sé una carica di bellezza: dalla grinta calibrata di "Alone, Together" e "Trying your luck", ai richiami vagamente Brit Pop della conclusiva "Take It or Leave It", ma nel complesso il disco suona asciutto e monocorde e alle lunghe potrebbe stancare, anche se la breve durata (poco più di 36 minuti) diviene, in tal senso, salvifica.


Altri esempi di cui non si può fare a meno di parlare sono "Someday" e "New York City Cops". La prima fu uno dei singoli ad essere estratti dall'album, grazie alla sua freschezza dall'indole Pop in stile Smiths, mentre l'altra rappresenta uno dei momenti più riusciti e frizzanti dell'intero lavoro. Nella versione del disco venduta negli Stati Uniti, "New York City Cops" venne esclusa dalla track-list, in quanto ritenuta inopportuna in seguito agli accadimenti dell'11 Settembre; una censura alquanto inutile e abbastanza sciocca, che portò il brano ad essere sostituito dalla pur bella "When It Started".

Morale della storia: pur avendo conseguito risultati assai meno brillanti di questo album nel corso della loro carriera, gli Strokes si sono rivelati essere uno dei gruppi di punta dell'Indie Rock, che pure al tempo già sussisteva da una decina d'anni, e non la meteora musicale di un certo periodo; se il genere in sé non piace, è quasi consequenziale che neanche gli Strokes potranno piacere.
Per ascoltare e comprendere appieno il gusto brioso di "Is This It" non è necessario essere adolescenti, ma sapersi approcciare alla musica con spirito adolescenziale.


Raising Girl consiglia l'ascolto di: "Last Nite"

The Strokes, "Is This It": 7.5


Artisti simili a The Strokes: The Libertines


giovedì 14 giugno 2012

L'Umorismo pirandelliano: SUCH A SHAME - Talk Talk



Difficile non aver mai sentito parlare della filosofia umoristica pirandelliana. Lo scrittore siciliano scrisse il saggio "L'Umorismo" nel 1908 e vi inserì, tra le altre cose, uno dei leitmotiv della sua opera: l'ironia. O meglio, la distinzione tra comico e umorismo.
Ma in che modo il relativismo filosofico di Pirandello può avere a che fare con la Musica? Mi spiego subito: mi trovavo ad ascoltare un famoso brano d'impronta Synth-Pop del 1984, "Such a Shame" dei Talk Talk e, pur avendo visto e ri-visto il videoclip che lo accompagna, ogni volta, puntualmente, non riesco a fare a meno di ridere. Più le immagini avanzano e più rido sguaiatamente; non riesco a trattenermi di fronte al sorriso malato e sbilenco di Mark Hollis, che si alterna ad atteggiamenti di estrema serietà, dando l'impressione di essere un soggetto border-line sull'orlo di una crisi di nervi! Tantomeno nel momento in cui vengono inquadrati gli altri componenti del gruppo, quasi esaltati in preda a improbabili movimenti a ritmo di musica, del tutto esagerati.

Poi, però, mi sono ricordata dell'intrinseco significato della canzone, che ovviamente si riflette anche nel video, e a quel riso prepotente è subentrata una riflessione. Il pezzo venne scritto, infatti, da Hollis ispirandosi alla novella "Dice Man" di George Cockcroft del 1971, la cui trama gira intorno ad uno psichiatra che decide di iniziare a basare le sue scelte di vita tirando i dadi. La critica alla psichiatria nella canzone non compare, mentre nella novella è fondamentale, ma i Talk Talk assorbirono da quella storia il disprezzo per la vergogna, ogni tipo di vergogna. Quella che impedisce alle persone di vivere serenamente i rapporti con gli altri, quella che impedisce di andare avanti per poi lasciarsi abbandonare; la vergogna come ostacolo, come muro invalicabile, su cui si trovano "cocci aguzzi di bottiglia". E mi accorgo che il cantante nel videoclip mentre pronuncia "It's a shame!" e si porta le mani alla nuca, può apparire buffo, ma lo fa per simboleggiare quella vergogna, quasi a volersela strappare di dosso.


In definitiva, possiamo dire che il comico è un qualcosa di immediato, è la semplice constatazione dell' "avvertimento del contrario", ch'io ho provato nel guardare il gruppo muoversi in maniera esaltata, al limite del ridicolo. L'umorismo, invece, necessita di una riflessione: solo riflettendo sul significato della canzone e di quei gesti posso andare oltre, facendo subentrare al riso altri sentimenti, anche contrastanti, anche lasciando che si mescolino tra loro. In questo modo ho potuto rompere le barriere di una iniziale visione superficiale e capire che quei gesti, così sovrabbondanti, sono in realtà espressione di ira e amarezza, e altri umanissimi sentimenti.
L'Umorismo nasce dunque dal "sentimento del contrario" ed è una filosofia in grado di svelare le contraddizioni della realtà.

In fondo questo esempio musicale non è poi tanto dissimile da quello che lo stesso Pirandello fece nel saggio di cui si sta parlando, passato alla storia come quello della "signora imbellettata": ci viene presentata un'anziana signora truccata e abbigliata come una ragazza, in maniera esagerata e non consona per la sua età; inizialmente se ne coglie l'"impressione comica", ma nel momento in cui si riesce a superare questo superficiale avvertimento e viene dunque da pensare che ella si sistema a quel modo per cercare di trattenere a sé il marito, di molto più giovane di lei, ecco che subentra l'amara visione umoristica.

A prescindere dal ben più complesso messaggio pirandelliano, qui analizzato solo in parte, quest'articolo vuole essere un monito da scagliare alla superficialità che ci circonda, è giusto riflettere su ogni cosa per coglierne anche la contraddizione, che è insita nella vita stessa.
E la Musica dovrebbe essere d'aiuto per valicare i cancelli delle apparenze fugaci ed effimere...



venerdì 1 giugno 2012

Concerto COLDPLAY Torino



Torino, 24 Maggio 2012, Stadio Olimpico: unica data italiana del tour mondiale dei Coldplay. Circa 40mila persone presenti, munite di braccialetti luminosi dagli svariati colori. Uno spettacolo allegro e frizzante, che ha visto l'esecuzione di brani dal più recente "Mylo Xyloto" fino ai classici della band, come "In My Place" e "The Scientist".

Vi propongo gran parte del concerto ripreso dalla prima fila. La qualità audio non è delle migliori ma sicuramente rende l'idea dell'atmosfera spumeggiante che regnava!


lunedì 28 maggio 2012

RADIOHEAD





















I Radiohead rappresentano una delle band più discusse dei nostri tempi; sono riusciti a farsi portavoce di una mestizia e di una paranoia tutta moderna e in continua evoluzione, cercando di aprirsi sempre nuovi varchi nell'ambito della Musica Pop-Rock.


Se i Radiohead fossero dei poeti probabilmente apparterebbero alla corrente Crepuscolare di inizio 900: quell'aria quasi assente delle loro canzoni e quella malinconica spinta fino all'estremo rendono bene l'idea di cosa stiamo parlando. Però i Radiohead, contrariamente a Corrazzini, Gozzano e compagnia bella, non rifiutano la modernità. Ma la vivono. Con terrore, inquietudine, angoscia, arrivando quasi a porsi come demistificatori della stessa. La vivono anche attivamente, nel loro continuo evolversi, ricercando nuove forme che plasmino la loro musica, dotandola di luce nuova ma al contempo senza snaturarla. Invero, forse sarebbe impossibile che i Radiohead stravolgano la loro natura, poiché la loro peculiarità consiste proprio nell'essere peculiari. Molti li amano, altri li detestano, ma nell'esatto momento in cui una loro canzone attacca, sai che è dei Radiohead, non li si può confondere; nonostante i nostri abbiano fatto scuola nel corso degli anni '90 e 2000, ispirando una gran varietà di altri gruppi.

La storia dei Radiohead ha inizio negli anni '80: Thom Yorke e Colin Greenwood frequentano entrambi la Abingdon School, una scuola maschile privata di Oxford, e insieme danno vita ad un gruppo di ispirazione Punk, i TNT. La band ha breve durata, ma quattro anni più tardi, nel 1986, i due decidono di formarne una nuova, chiamando a raccolta anche il chitarrista Ed O'Brien e il batterista Phil Selway. Al primissimo nucleo verrà poi aggiunto Jonny Greenwood, fratello più piccolo di due anni di Colin che al tempo faceva parte della Thames Vale Youth Orchestra in qualità di violinista.
Ma ancora i Radiohead sono lontani. I giovani decidono di chiamarsi On a Friday, in onore del giorno in cui si riunivano per provare, essendo l'unico libero dagli impegni universitari. Yorke infatti studiava Inglese e Arte all'Università di Exter, Colin Letteratura Inglese all'Università di Cambridge, O'Brien Economia a Manchester e Selway Inglese e Storia a Liverpool, mentre Jonny inizia gli studi di Psicologia a Oxford che poi abbonderà.
Infatti, terminato il periodo universitario, i nostri iniziano a provare con grande costanza e il 22 Luglio 1991 si esibiscono per la prima volta in pubblico, all' Hollybush di Oxford, con Jonny che oramai è diventato membro definitivo del gruppo. Qualche mese più tardi riescono a registrare il loro primo Demo, dal titolo "Manic Hedgehog", contenente quattro tracce: "I Can't", "Nothing Touches Me", "Thinking About You" e "Phillipa Chicken", grazie al quale si fanno notare dalla Emi che li mette sotto contratto. Il pezzo migliore di "Manic Hedgehog" è sicuramente "You", non a caso è una delle poche canzoni del loro primissimo periodo eseguite Live anche dopo il 1998. Molto affascinante nella sua struttura in 23/8, il brano lascia già trasparire il talento decadente del gruppo, sviluppando un testo d'amore ossessivo, paranoico, ai limiti dell'adorazione maniacale nei confronti dell'altra persona, che sfocia però in caos e sofferenza ("I can see me drowning/caught in the fire").
Prima di pubblicare il loro primo Ep, "The Drill", registrato in un garage, la band cambia nome in Radiohead, ispirandosi all'omonimo singolo dei Talking Heads. Ma il disco, pubblicato nel Maggio 1992, non riscosse il successo sperato. Il 21 settembre dello stesso anno viene pubblicato il singolo "Creep". Alla prima distribuzione limitata dell'album, "Pablo Honey", la BBC Radio 1 si rifiutò di passare "Creep" in quanto giudicata troppo "deprimente". Non a caso la canzone si pone come un inno per i loser, per una generazione di "misfits" (che è una costante in certa musica Rock-Pop-Lo-fi degli anni '90). "Creep", dopo questo iniziale insuccesso, diventerà di lì a poco uno dei loro brani più conosciuti. Il problema però risiede nel fatto che in molti quando pensano ai Radiohead pensano solo a "Creep"; brano che, per quanto bello, non identifica affatto il sound complesso e particolare che avrebbe assunto la band di lì a poco. A questo proposito, infatti, Colin Greenwood ha dichiarato che si tratta della canzone che "ci avrebbe dato fortuna, ci avrebbe distrutto la vita e ci avrebbe illuminato il cammino".
In effetti il disco riuscirà a farsi strada al di fuori del territorio Indie Rock britannico, pur non introducendo alcuna novità nel genere. Adesso però i Radiohead vengono etichettati come "one-hit wonder", come "quelli di Creep". Ed è frustrante per dei ragazzi che avrebbero molto più da dire di quanto un brano di stampo adolescenziale possa fare.

("Pablo Honey": 6)



"Probabilmente molte persone sarebbero rimaste soddisfatte se avessimo realizzato dodici versioni diverse della stessa canzone, ma noi volevamo fare cose diverse", queste le parole di Thom Yorke al tempo. E in effetti questo è proprio ciò che i Radiohead fecero: prima con l'EP "My Iron Lung", preludio al secondo album dei Radiohead, "The Bends", e poi con l'album stesso, che segna una piccola evoluzione nel sound del complesso. Menzione particolare merita infatti la stessa canzone "My Iron Lung", poiché essa si pone esattamente come una parodia di "Creep", sia musicalmente, anche se leggermente più rumorosa e articolata, sia soprattutto per quanto riguarda le parole: "questa è la nostra nuova canzone/è proprio come l'ultima/una totale perdita di tempo". Durante il periodo di "The Bends" Yorke asserì che si trattava della sua canzone preferita dal vivo.
Che quest'album sia diverso lo si capisce, tra l'altro, già dal singolo scelto come anticipatore del disco, "Just", irruento e al contempo malinconico, caratterizzato da un particolarissimo assolo di Greenwood e da un videoclip dal finale misterioso, ma già intriso della decadente filosofia radioheadiana.
Non mancano altri brani di livello molto elevato, come l'opener "Planet Telex" o"Fake Plastic Trees", di bellezza ineccepibile, un Pop delicato e intimistico, anche se ispirato al mondo del commercio e del consumismo di massa. Non a caso il videoclip si svolge in un supermercato dai colori sgargianti. O ancora l'inquieta "Street Spirit (Fade Out)", che poggia la sua incredibile bellezza su una tristezza opprimente e soffocante; lo stesso Yorke asserirà che si tratta di "una delle canzoni più tristi della band" e la descriverà come "un tunnel oscuro alla fine del quale non compare la luce". Sicuramente un primato da giocarsi con un'altra canzone di "The Bends", ovvero "Black Star", sottile, depressa, un soffio di voce che si insinua tra i pensieri indissolubilmente avviluppati tra loro.
"The Bends" dunque come lavoro organico e unitario, incentrato sul Pop di alto livello. Il successo di quest'album risiede probabilmente in gran parte nel retroscena che lo accompagna: a detta dello stesso Yorke, la semplicità venuta a mancare durante il periodo di "Creep", che li aveva resi famosi e "un po' sciocchi". "Durante il tragitto il piacere se ne era andato, abbiamo tentato di ritornare coi piedi per terra, imparando di nuovo ad ascoltarci l'un l'altro e ritrovare piacere nel comporre.
Una volta terminato The Bends ci siamo accorti di esserci divertiti".

("The Bends" : 7.5)



Nel 1995 i Radiohead vengono scelti come band di supporto dagli R.E.M., tra i loro maggiori ispiratori, per il tour europeo e nord americano, e in questa circostanza, tra le altre cose, Yorke stringerà una duratura amicizia con Michael Stipe.

16 Giugno 1997: la svolta si chiama "Ok Computer". E' il loro terzo lavoro e si distacca dai primi due per una maggiore complessità; "Ok Computer" è più profondo, più articolato e personale. Una pietra miliare degli anni '90 che rappresenta forse il momento di maggiore lirismo e ispirazione per la band. Canzone simbolo dell'album è il primo singolo che ne venne estratto, "Paranoid Android": esso si presenta diviso in tre capitoli, claustrofobici, rassegnati e disperati al contempo. Aperta da delicati arpeggi, nella parte centrale vi compare un'invettiva sicuramente diretta agli yuppies degli anni '80 ("Ambition makes you look pretty ugly/kicking squealing gucci little piggy"), spezzata da un incalzante attacco di chitarra. Poi la conclusione accorata e disarmante, con l'invocazione della pioggia purificatrice, che rappresenta un topos classico nella Letteratura di tutti i tempi, basti pensare alla pioggia che lava via la peste ne "I Promessi Sposi" di Manzoni, per fare un esempio. Qui si spera che la pioggia purificatrice arrivi da "grande altezza" a liberare l'anima dalle angosce e il mondo dalle brutture dell'uomo.
"Paranoid Android" è in qualche modo ispirata nella sua struttura a "Happiness is a warm gun" dei Beatles, ma probabilmente ha ispirato a sua volta i Muse per una delle loro migliori canzoni, "Citizen Erased", dove l'acqua come elemento chiamato a depurare compare pure, ma in maniera più defilata e in un contesto più ristretto, probabilmente quello di una relazione ("Wash me away, clean your body of me").

I brani memorabili di "Ok Computer" , però, sono tanti. Troppi. Tutti. Dalla soavità di "Karma Police" allo schematismo robotico di "Fitter Happier", passando per la buckleyiana "Subterrean Homesick Alien" e la dilaniante "Climbing up the wall". E poi c'è uno degli apogei della band, "Exit Music (For a Film)", che venne scritta esplicitamente per i titoli di coda del film "Romeo + Giulietta di William Shakespeare" del 1996, diretto da Baz Luhrmann. Una canzone estremamente suggestiva e affascinante, con il testo che richiama ad una vera e propria poesia e la musica seducente che proietta l'ascoltatore in un universo fatto di mestizia tristissima e avvolgente. E che dire di quell''altra piccola gemma chiamata "No Surprises"? Un arrangiamento semplice e dolce, quasi infantile; una ninna-nanna, che accompagna un testo amaro e dolente. "No Surprises" venne estratto come singolo e il video che fu realizzato mostra un unico piano sequenza fisso sul volto di Thom Yorke chiuso in una boccia di vetro, che man mano si riempie d'acqua e sul finale si svuota bruscamente, in un gesto catartico.
Da sottolineare la sensibilità artistica che accompagna la semplicità dei videoclip dei Radiohead.

La bellezza di "Ok Computer" è più facile da ascoltare che da spiegare. Un album visionario, perfettamente lucido nella sua folle decadenza a cavallo tra Alternative Rock, Pop ed Elettronica.

("Ok Computer": 9)



Nel 2000 esce "Kid A", un disco straordinario ma difficile da inquadrare. Dopo l'enorme successo di "Ok Computer" la strada imboccata con l'album successivo è proprio quello dell'anti-commercialità: nessun singolo, nessun videoclip, e al suo interno una grande varietà stilistica, che sfocia addirittura nel campo dell'Elettronica più devastante, convulsa e peristaltica, come accade in "Idioteque", apoteosi della sperimentazione contenuta nell'album. Ma si arriva anche a canzoni più tradizionali, come "How to disappear completely", le cui parole chiave sono nichilismo, solitudine, alienazione. ("I'm not here... This isn't happening... I'm not here")
Una cosa sbagliata da fare sarebbe quella di non considerare "Kid A" nella sua pienezza di intenti, nella rotondità data dal susseguirsi delle tracce del disco, che sono disposte a quel modo per conferire una certa impressione nell'ascoltatore. Ecco perché ascoltare i brani di "Kid A" -fatta eccezione proprio per "Idioteque", l'unica dotata di vita propria- separatamente non rende l'idea della complessità concentrica dell'opera che ci troviamo davanti.
"Kid A" è un saliscendi tra la morbidezza della title-track alle aperture free-jazz di "The National Anthem", che aggiunge e sottrae elementi alla sua musica in maniera folle e rumorosa ma ordinata. "Treefingers" si avvicina all'Ambient alla Brian Eno ma anche a qualcosa di più recente come Alphex Twin; di "Optimistic" vennero registrate nove versioni per sceglierne la migliore, e il risultato non può lasciare che soddisfatti! Una delle preferite dal chitarrista Ed O'Brien. La base ritmica di "Morning Bells", invece, anticipa la più recente "Lotus Flower", pur trattandosi di un brano che vede per protagonista un fantasma. Così almeno si è premurato di precisare Yorke a chi gli chiedeva se si tratta di una canzone sul divorzio o una separazione sentimentale; pare infatti che, una volta finito il lavoro su "Ok Computer", il cantante del gruppo abbia comprato una casa abitata da un amichevole fantasma con cui ha presto imparato a convivere!
Ma la sensazione di incomunicabilità tra due persone data dalla canzone continua a permanere.

Altra questione importante a proposito di questo disco, fonte di parecchie discussioni, è proprio l'enigmatico titolo, "Il Bambino A". Pare infatti che esso si riferisca alla "prossima tappa nello sviluppo umano, a una forma superiore di essere vivente". A detta degli stessi componenti, in quel periodo il gruppo era del tutto ossessionato dall'idea che ben presto le mutazioni genetiche sarebbero entrate anche nel DNA umano.

("Kid A" : 7.8)



"Amnesiac" venne registrato durante le sessioni di "Kid A" e non a caso i due album vennero pubblicati a distanza di quasi un anno l'uno dall'altro. Tanto simili quanto distanti; "Amnesiac" è il gemello meno scontroso, più morbido. Ma ancora intricato, complesso. A tal proposito Thom Yorke è stato chiarissimo: "Qualcosa di traumatico è accaduto in "Kid A", e questo è il girarsi a contemplarlo, provando a rimettere in sesto i pezzi. Torna ad ascoltare "Kid A" dopo "Amnesiac", e credo che lo capirai". Più chiaro di così! Dove "Kid A" era gelida elettricità, "Amnesiac" è un incendio che divampa. Le intuizioni elettroniche sono sempre presenti, ma addolcite da melodie più decifrabili e fruibili. Ed ecco quindi che compaiono canzoni più "tradizionali", quali la splendida "Knives Out" che anzi echeggia le atmosfere di "Paranoid Android", con un videoclip altrettanto straniante, grottesco e significativo, ma ha anche un non-so-che di "smith-esco", per utilizzare lo stesso aggettivo con cui Ed O'Brien la descrisse. O il singolo "Pyramid Song", un'intromissione quasi onirica nel mondo della morte, vista come un fiume in cui i nuotano "angeli dagli occhi neri", contemplati da "una luna piena di stelle"... La consueta verve poetica radioheaddiana, dove bellezza equivale a mestizia. Interessanti anche "You and Whose Army?", che presenta chiaramente un kunstwollen di stile retrò, e l'efficacissimo riff della sensuale "I might be wrong". Ricordiamo anche "Dollars and cents", che affonda le sue radici in una jam fatta a Copenhagen, e uno dei vertici del disco: "Like Spinning Plates", immersa nel raccontare, in maniera quasi soffocata, la sofferenza che supera le vane apparenze, quelle illusorie di felicità. E' per questo che di fronte a una persona che si diletta in "discorsi piacevoli", invero dentro si corre il rischio di "venire tagliato a brandelli"; più in generale possiamo interpretarlo anche come l'essenza effimera delle parole e la natura ipocrita dell'uomo.
L'album si chiude con un brano dolente, dal gusto fortemente Jazz, "Life in a Glass House". Esattamente come se una canzone Pop venisse suonata da una vecchia jazz band.
Un piccolo capolavoro che chiude bene il cerchio di questi particolari album gemelli, difficilmente assimilabili ma di gran fascino. Le canzoni di uno e dell'altro avrebbero potuto sedere sullo stesso divano, ovvero un doppio album, ma sarebbe stato un divano troppo spazioso che avrebbe disperso la magia di entrambi. "Non avrebbe funzionato, perché con tutto quel materiale a disposizione, qualcosa si tende a ignorarla, a saltarla".

("Amnesiac" : 7.9)


Forti del successo riscontrato dagli ultimi due album, i Radiohead nel 2002 intraprendono un nuovo tour mondiale, durante il quale suonano anche alcuni nuovi pezzi, che entreranno a far parte dell'album "Hail to the Thief", pubblicato nel Giugno 2003. Ancora una volta il tragitto del gruppo non è lineare ma prosegue a zig-zag, pur se con una propria coerenza interna. Sarebbe sbagliato, infatti, definire questo disco un ritorno al passato, così come sarebbe sbagliato dire che continua sullo stile degli ultimi due. In realtà "Hail to the Thief" attinge un po' ai primi Radiohead, un po' agli ultimi. Protagonista però, ritorna la voce, non più camuffata dietro vocoder o altri congegni elettronici; la voce di Thom Yorke non è mai stata così espressiva. Il cantante, dopo la sperimentazione di "Kid A" e "Amnesiac" ha espresso una sensazione di stanchezza e frustrazione nei confronti della propria voce modificata digitalmente e questo lavoro rappresenta un toccasana sotto questo punto di vista.
L'album, registrato a Los Angeles, non contiene nessun singolo forte, come poteva essere "Karma Police" o "Idioteque" nei precedenti, ma pezzi come l'iniziale "2+2=5 (The Lukewarm)" o "Scatterbrain" lasciano il segno. Parlando del primo brano, Yorke disse di essersi ispirato al girone degli "Ignavi" dantesco e non a caso "The Lukewarm" è un aggettivo utilizzato per parlare di una persona "tiepida", "indifferente". "Loro [gli ignavi] non hanno fatto niente di sbagliato, semplicemente non hanno fatto nulla. Così Dante li giudica e li mette in quel girone. E questo credo sia un ottimo modo per spiegare il concetto di 2+2=5".
E la malinconia che ritorna padrona in "Sail to the Moon", descritta dal batterista Phil come una canzone mozzafiato, "uno dei pezzi di punta dell'album"; ma ancora una volta non si tratta soltanto di pura oniricità perché Yorke ci mette di mezzo la politica, che dovrebbe essere capace di distinguere tra bene e male, cosa ormai più che rara. Tra l'altro, lo stesso titolo dell'album ("Ode al ladro") parrebbe riferirsi a George W. Bush, accusato di brogli elettorali alla sua prima elezione.
L'acida aggressività di "Myxomatosis", la ripresa delle atmosfere elettroniche più taglienti di "Amnesiac" in "The Gloaming" e la sensibilità di "Sit Down. Stand Up" e "Go to sleep" completano il quadro di questo disco variegato e poliedrico ma omogeneo, che non costituisce una crisi di ispirazione della band bensì un voler dare compiutezza a tutti gli stili fino a quel momento intrapresi.

(Hail to the thief: 7)


Il tour mondiale prosegue finché i Radiohead non decidono di staccare per un po'; dovranno trascorrere 4 anni per l'uscita del nuovo album. Intanto nel 2005 viene ristampato l'EP "My Iron Lung" e nell'Aprile dello stesso anno Thom Yorke esegue due canzoni al "Trade Justice Rally": una vecchia, "Last Flowers" e un inedito intitolato "House of Cards". A Luglio 2006 la notizia è di quelle che non ti aspetti: Thom Yorke pubblica un album solista intitolato "The Eraser". Nessuno scioglimento in vista, nessun diverbio. Semplicemente Yorke ha espresso la necessità di non rimanere con le mani in mano fino al successivo lavoro con i Radiohead, che comunque non tarderà ad arrivare. Infatti nel 2007 il gruppo stupisce ancora, promuovendo il nuovo album, "In Rainbows", attraverso la rete e vendendolo secondo il sistema "pay what you want", ovvero "paga quanto vuoi". In parole povere, l'album era scaricabile da Internet al prezzo deciso dall'acquirente, senza alcun limite o schema fisso. Una novità nel mondo musicale dominato dal bello e cattivo tempo delle case discografiche; lo stesso Yorke spiega così questa decisione: "il nostro obiettivo era quello di dimostrare che non c'è bisogno di tutte queste infrastrutture per far arrivare la musica alla gente. Il processo industriale serve solo a sottrarre guadagni agli artisti e a rendere il disco sempre più costoso per gli acquirenti. Un tempo l'industria lavorava per far conoscere i giovani artisti, oggi invece le major tendono ad eliminare chi non ha un talento musicale immediato. Poco importa il talento, gli artisti vengono continuamente mortificati, umiliati.", ma precisa: "il nostro non è un atto di rivolta contro le persone con cui abbiamo lavorato, ma contro un sistema di acquisti e fusioni che ha portato alla creazione di queste maledette multinazionali".

Con queste premesse sembrava che in "In Rainbows" la musica potesse passare in secondo piano. Niente di più sbagliato: ancora una volta i Radiohead sfornano un album splendido, in cui le tracce, che tra l'altro hanno breve durata, si danno il cambio con impeccabile agilità. Manca lo stupore che aveva caratterizzato l'ormai famosissimo "Ok Computer", in quanto i nostri portano in scena la prosecuzione ideale del lavoro precedente, senza colpi di testa; ma "In Rainbows" è suonato benissimo e particolarmente curato negli arrangiamenti. Risaltano comunque alcune canzoni superbe: le ballate "Nude", che in qualche modo rimanda al passato e fa venire i brividi sul finale e "All I need", la quale presenta ancora una volta un testo claustrofobico, a metà tra prosa ermetica e romantica immersa in decadenti metafore ("I'm an animal trapped in your hot car/I'm all the days that you choose to ignore [...] I'm a moth who just wants to share your light"). E ancora la minimalista "House of Cards", e soprattutto il brano di chiusura, "Videotape", che con quel canto titubante e il ritmo perfettamente scandito, sembra darci il benvenuto nella nuova frontiera della musica classica del nostro millennio.
Non è un album da primo ascolto, piuttosto è un iter di bellezza, la colonna sonora di un fiorente giardino interiore. Superiore come accuratezza e scelte stilistiche rispetto al predecessore, "In Rainbows" è la dimostrazione di come un ottimo gruppo possa arrivare al settimo disco mantenendo intatto il proprio talento e anzi dando continuamente prova di maturità artistica.

("In Rainbows": 8)



Dopo il successo del tour di "In Rainbows", Thom Yorke si getta giocosamente in un altro progetto, una nuova band chiamata "Atoms for Peace", di cui fanno parte anche Flea, Nigel Godrich, Mauro Refosco e Jeremy Waronker. Ma la carriera dei Radiohead non si arresta, anzi nel 2011 viene pubblicato il nuovo album, "The Kings of Limbs". La durata complessiva dell'album si attesta sui 37 minuti e questo non è un male, come molti ritengono, bensì, in questo caso, sinonimo di sincerità artistica. Il nodo fondamentale di questo lavoro è dato dal fatto che sia basato sulla ritmica, incessante e peristaltica, vero filo conduttore tra i brani. Una ritmica che può però accantonare la propria persistenza e diventare minimale, quasi una ninna-nanna, come in "Give up the Ghost", o può irrobustirsi sublimandosi in schizofrenia elettronica, come in "Feral", brano strumentale in cui però il vero strumento è la voce: piccoli gemiti, sussulti, melodici mugugni, che seguono l'andamento sconnesso della musica sino a fondersi con essa. Non mancano brani più classici come "Little by Little" e il primo singolo estratto, "Lotus Flower", nel cui video troviamo Thom Yorke in una veste inedita mentre si cimenta in una danza tanto stravagante quanto sussultoria, invitandoci ad aprirci come "fiori di loto".
Ma la vera punta di diamante è "Codex", in cui la freddezza dell'elettronica fa spazio all'emozione e a quella vaghezza leopardiana che ha da sempre caratterizzato le migliori produzioni del gruppo. Siamo sospesi ascoltando queste algide note al pianoforte che guidano con levità le parole di "Codex", poche ma intensamente poetiche. E la voce di Yorke appare sfumata, leggiadra e, sfuggente, sembra inseguire una profumata brezza nell'aria, in quell'ambiente sonoro creato ad arte dai suoi compagni.

"The Kings of Limbs" è per molti l'inizio della decadenza dei Radiohead, o forse lo è soltanto per le malelingue che da sempre si aggirano intorno al gruppo. In realtà la sensazione è che manchi ancora qualcosa, che ci sia altro da esplicare, da aggiungere, da comunicare all'ascoltatore. Ma dovremmo ormai aver imparato che Le Teste di Radio sanno sempre come coglierci di sorpresa rimanendo su parametri artistici molto alti. Perciò aspetteremo che ci sbalordiscano ancora.

("The King of Limbs": 7.2)


A questo punto i Radiohead continuano sulla scia dell'Elettronica e pubblicano "Tkol Rmx 1234567", contenente diciannove remix di otto delle tracce del disco originario, ognuno dei quali realizzati con artisti del campo quali Caribou e Four Tet.
E questo è solo l'ultimo passo di un grande percorso intrapreso dal complesso musicale manifesto di una generazione. Così come i giovani d'oggi ascoltano ancora Beatles e Pink Floyd, tra trenta e più anni saranno proprio i Radiohead a sfuggire alle tirannie del tempo e alle innovazioni che ne deriveranno.
Non i Coldplay, non gli Oasis. I Radiohead.






*Fonti utilizzate:
Idioteque.it
Citizeninsane.eu
Diario di Ed O'Brien
La Repubblica.it