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venerdì 29 aprile 2011

Lou Reed, "Transformer"

(1972, Genere: Glam Rock)

Quando qualità e successo s'incontrano. "Transformer" è il secondo album solista di Lou Reed dopo l'esperienza con i Velvet Underground. Prodotto da David Bowie e Mick Ronson, l'album in questione risalta in modo particolare grazie anzitutto a tre splendide e celebri canzoni: "Perfect Day", "Walk on the wild side", "Satellite of Love". La prima fonde insieme nostalgia, bellezza, mestizia, rimpianto. Grazie a un'interpretazione incantevole, sublime e vibrante, Lou ci racconta questo e molto altro. Molti critici ritengono, infatti, che protagonista della canzone in realtà non sia una persona amata, bensì l'eroina; le interpretazioni, naturalmente, possono essere svariate e, prestando attenzioni a certi versi del brano, l'attaccamento dolente, dolce e ironico alla droga, in effetti potrebbe calzare ("Oh, it's such a perfect day/I'm glad I spend it with you/just keeping me hanging on" ovvero "Oh, è una giornata così perfetta/sono contento di averla trascorsa con te/mi fai venir voglia di restare con te", e ancora: "You made me forget myself/I thought I was someone else/someone good" cioè "Mi hai fatto dimenticare me stesso/ho pensato di essere qualcun altro/qualcuno migliore"). [http://www.youtube.com/watch?v=LxhOXGU1bAg&feature=related].
"Walk on the wilde side" è certamente la canzone più conosciuta di Reed, grazie a un sound molto catchy. Inizia col contrabbasso e termina con un assolo di Ronnie Ross, maestro dello stesso Bowie. Ma probabilmente ormai non si fa più molto caso al testo, interessante e affascinante, che racconta la vita alla Factory di Andy Warhol, in cui circolava una fauna umana variegata e ambigua; Lou l'aveva osservata discretamente ma con attenzione. Così quell' "Holly" che s'era "rasato le gambe" e "depilato le sopracciglia", in realtà è Holly Woodlawn, un travestito che faceva parte della cerchia dell'artista come attrice. E il "piccolo Joe" che "non l'ha mai dato via per niente perché tutti dovevano pagare e pagare" rappresenta alla perfezione l'immagine di Joe Dallesandro, uno dei primi sex symbol al maschile. Questa canzone riscosse successo anche in Italia, grazie soprattutto all'interpretazione che ne fece Patty Pravo su un testo poetico scritto da Maurizio Monti, del tutto diverso dalla sensualità fulgida ma pudica dell'originale. La carezzevole "Satellite of love" è forse l'apogeo di "Transformer," e a renderla così preziosa è proprio la partecipazione del Thin Duke perché, proprio come ammesso a riguardo dallo stesso Reed, "i dettagli hanno grande importanza. Questo è il tocco in più, le sue note alte alla fine. Ha realizzato un accompagnamento fantastico. Pochi ne sono capaci. Qui David è perfetto e meraviglioso (http://www.youtube.com/watch?v=ANwzGUjAi-8&NR=1&feature=fvwp").
Ma Bowie e Ronson non sono gli unici co-protagonisti di quest'avventura; in molte canzoni campeggia infatti il fantasma di Andy Warhol. Come nell'opener "Vicious", che possiamo dire gli fu "commissionata" proprio dall'artista.
-"Vorrei che scrivessi una canzone che parli di qualcosa di vizioso e perverso"
-"Vizioso tipo?"
-"Oh be', vizioso come se io ti picchio con un fiore"
Ed eccola qua, la canzone che desiderava il maestro della Pop Art. Ed ecco il suo spunto, proprio nel ritornello: "Vicious/you hit me with a flower/you do it every hour/oh baby, you're so vicious!="Vizioso/mi colpisci con un fiore/lo fai in ogni momento/amore, sei così vizioso". Non a caso anche la voce di Lou Reed sembra farsi più ambigua, e risalta. In primo piano insieme alla chitarra distorta, mentre l'arrangiamento e l'andamento melodico sono appositamente molto semplici. A seguire, in questa atmosfera decadente troviamo ancora lui, in una canzone che si rifà al giorno dell'attentato da parte di una squilibrata allo stesso, "Andy's Chest". Si tratta di una morbida e suadente ballata, con contorno i soliti deliziosi cori bowiani. E che dire di "Hanging' round", in cui il tocco ironico è più presente che mai. Qui Lou racconta episodi legati a persone che si sentono trasgressive o, come diremmo oggi, "alternative", ma che in verità si rendono ridicole proprio con questi atteggiamenti. Il giovane e ricco Harry, Jeanie la presunta mangia uomini, fumatrice, tutta intrisa di finto maledettismo, viziata e saccente, e la "surreale" Kathy. Ma..."you're still doing things that I gave up years ago", "Voi state facendo cose che ho smesso di fare anni fa", esordisce Lou, dandosi il giusto tono di superiorità rispetto alla mediocrità che annichilisce molte persone, soprattutto in determinati ambiti sociali. (http://www.youtube.com/watch?v=yGXNMBWsDV4&feature=related.

Altro momento interessante di "Transformer" è "Make up", compendio dell'anima Glam che domina il momento musicale del tempo e da cui si fa conquistare anche Reed per quest'album, forse più per motivi commerciali che per vera e propria inclinazione. Non è difficile intuirlo dal titolo; qui Reed dichiara esplicitamente la propria simpatia per i travestiti ("Then comes the pancake factor number 1/eyeliner, rose hips and lip gloss"-"Quindi arriva il fondotinta Fattore Numero 1/eyeliner/petali di rosa e lucidalabbra"). O forse è solo un modo per vivere la propria omosessualità tra i lustrini del Glam ("Now, we're coming/out of our closets/out on the streets"-"Ora, noi stiamo uscendo allo scoperto/fuori dalle nostre tane/fuori per le strade"), slogan corale del Gay Liberation Front.

Riecco Andy Warhol, in "New York Telephone Conversation", che chi era dell'ambiente sa bene quanto fosse curioso e pettegolo, capace di trascorrere ore intere al telefono. Infatti, in questo brano Lou Reed e David Bowie simulano un dialogo telefonico tra l'artista e un misterioso interlocutore. Allegra e spiritosa, non troppo originale, ma col tempo si riesce ad apprezzarne l'ironia e anche l'aspetto artistico. Perché è sì una canzone semplicissima, ma nulla è lasciato a caso. Anzi. Così come in tutti i brani di "Transformer". (http://www.youtube.com/watch?v=TR1uRoQjmx0&feature=related")

Il Lou Reed più tipico, quello Rock'n Roll, alla "Sweet Jane" torna nella spensierata "I'm so free" per poi rituffarsi nella malinconia di "Goodbye Ladies", bellissima canzone jazzata che racconta la solitudine e la tristezza di un rapporto finito. Ma, in fin dei conti, "tutte le mie canzoni parlano di conflitti".

Sotto l'influenza di David Bowie, che produsse questo disco per "salvare" il suo idolo dopo il flop del suo primo lavoro da solista, Lou Reed sforna un lavoro in pieno stile Glam Rock, con quel suo tocco decadente ma fluido, intenso ma triste, che caratterizzerà tutto il suo lavoro successivo, "Berlin", in cui tutte queste caratteristiche verranno accentuate e portate quasi all'estremo con eccelsa bravura. Ma è in "Transformer" che vediamo un Reed diverso, il "Frankstein del Rock", come lo stesso si definì dopo aver visto le foto scattate da Mick Rock per l'album, in cui compare col volto truccato di bianco e gli occhi circondati di nero. La foto di copertina diverrà una grandissima icona.
Incredibilmente attuale, "Transformer" è il manifesto di quell'epoca, anni '70. 1972. E del mondo urbano di New York.
Un classico che non può mancare alla grandi collezioni Rock.


Raising Girl consiglia l'ascolto di: "Vicious".

"Transformer", Lou Reed: 9

PS: Tutti i link che compaiono nel testo rimandano a video del documentario "Transformer", che racconta la genesi del lavoro nella sua interezza e di ogni canzone nel dettaglio.

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